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Ingegneria: crescono i laureati ma preoccupa il fenomeno dell'abbandono universitario

Queste le tendenze fotografate da una ricerca del Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri.

Ronsivalle: ““Il vero dato significativo che emerge dalla nostra ricerca è l'enorme numero di abbandoni. Probabilmente si è pensato troppo agli sbocchi professionali, a scapito delle proprie inclinazioni personali e alle competenze di base”.

Continuano ad aumentare i laureati in ingegneria ma diventa sempre più preoccupante il fenomeno dell’abbandono universitario. E’ un quadro in chiaroscuro quello dipinto dal Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri che nello studio “Formazione 2014” ha analizzato i dati relativi ai laureati italiani, focalizzando la riflessione sugli studenti in ingegneria.

Cominciamo dalle luci. Nel 2013 hanno conseguito una laurea di primo o secondo livello nell’area ingegneristica 52.124 studenti, contro i 51.397 del 2012 (+1,4%). Il dato segue il trend dei laureati in tutte le discipline, tanto è vero che la quota di laureati in ingegneria rispetto al totale è rimasta invariata: nel 2013 su 100 studenti che hanno conseguito il titolo 17 sono ingegneri. Altro dato lusinghiero è l’aumento della componente femminile. Le neo laureate in ingegneria nel 2013 sono state oltre 16mila, circa il 31% del totale.

Va detto che un terzo dei laureati risulta concentrato in appena tre atenei. La leadership è appannaggio del Politecnico di Milano (8.206 laureati), seguito dal Politecnico di Torino (5.014) e dall’Università “La Sapienza” di Roma (3.947). Per quanto riguarda i settori dell’ingegneria, risultano in aumento i laureati in quello industriale e civile/ambientale, mentre calano i laureati del settore dell’informazione. Una curiosità: degli oltre 52mila laureati in ingegneria nel 2013, appena 322 hanno utilizzato i tre atenei telematici (Uninettuno, Guglielmo Marconi e E-campus). Segno che la formazioni a distanza in Italia non è percepita come idonea ad assicurare un titolo di studio in ingegneria.

Le dolenti note messe in risalto dal Centro Studi CNI riguardano, come detto, il fenomeno dell’abbandono universitario. Prendendo in esame gli immatricolati dell’anno accademico 2007-08 nei settori di ingegneria civile e ambientale, dell’informazione e industriale, a distanza di sei anni appena il 41% ha conseguito il titolo triennale, il 9,8% non ha completato ancora l’iter formativo e addirittura il 49,2% ha cambiato corso di laurea o abbandonato del tutto gli studi. Come si vede, la metà circa di coloro i quali hanno intrapreso gli studi ingegneristici non arriva nemmeno al titolo triennale. Il tasso di abbandono registrato nei corsi di laurea in ingegneria è sostanzialmente in linea con quello riscontrabile nelle altre tipologie di studi. A dimostrazione del fatto che la riforma universitaria del 1999, che si era riproposta di abbreviare i tempi di conseguimento del titolo di studio con la formula del 3+2 (laurea di primo e di secondo livello), ha fallito nel suo obiettivo principale.

“Il vero dato significativo che emerge dalla nostra ricerca – ha commentato Luigi Ronsivalle, Presidente del Centro Studi CNI – è l'enorme numero di abbandoni. Mi viene da pensare che ad influire sia soprattutto il fatto che nella scelta della facoltà, negli ultimi anni, si sia pensato più agli sbocchi professionali che non alle proprie inclinazioni personali e alle competenze di base. In questo senso, andrebbe verificata l'adeguatezza della formazione pre-universitaria, rispetto alle nuove competenze richieste dai corsi di studio più innovativi e porre una maggiore attenzione all'orientamento allo studio dei giovani, fin dalle scuole superiori”.

“Inoltre – ha proseguito Ronsivalle - il mancato conseguimento della laurea di primo livello nei tempi previsti attesta il sostanziale fallimento della riforma universitaria che avrebbe dovuto sfornare ordinariamente laureati di 22-23 anni, in grado di cimentarsi subito con il mondo del lavoro. Oggi ci troviamo con laureati prevalentemente magistrali, più vicini ai trenta che ai vent'anni, con titoli di studio che non consentono gli sbocchi lavorativi sperati, a causa delle mutate condizioni economiche”.

Roma 10 agosto 2015

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